Cavallo
Interpretazione di un frammento del mosaico "Cavallo con sella", V–VI secolo d.C., Art Institute of Chicago
In ogni cultura — dalle steppe degli Sciti ai templi dell’Ellade — il cavallo era più di un animale. Appariva là dove l’essere umano doveva attraversare un confine: tra terra e cielo, vita e morte, paura e azione.
Il cavallo è legato al sole, alla strada, al valore guerriero e al passaggio tra i mondi. Come essere ctonio conosce la via verso il regno sotterraneo; come immagine solare porta movimento, luce e forza vitale. Nei miti e nelle tradizioni religiose conduce spesso là dove l’uomo non osa ancora andare. Porta l’eroe, accompagna l’anima, guida il cavaliere attraverso uno spazio in cui la comune volontà umana può smarrirsi.
Ma il cavallo non è soltanto una forza esterna. È l’immagine di un’energia interiore che non può essere sottomessa con la durezza. La si può solo sentire, ascoltare, entrare in ritmo con essa. Il cavaliere che prima spezza la volontà del cavallo con redini e speroni non riceverà mai quel «passo giusto» che nasce dal ritmo. Il cavallo è l’unico animale che permette all’essere umano, sul proprio corpo, di imparare a guidare una forza più grande del suo controllo cosciente, sottomettendosi non a un ordine, ma a un’intenzione attraverso le gambe, il peso e il respiro.
Per questo il cavallo ricorda quella parte di noi che conosce la direzione non attraverso il ragionamento, ma attraverso un sapere corporeo profondo. Quando la mente fa rumore, dubita, passa in rassegna le possibilità e perde appoggio, è proprio questa forza che aiuta a tornare al movimento. Non alla confusione, non alla fuga, non alla lotta per la lotta, ma al passo giusto — quello che nasce dall’unione di istinto, spirito e volontà interiore.